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REGISTRO DE OBRAS

Giacomo Leopardi a Pisa per T. Sandroni

 

A quei concittadini imbarazzati nel dover replicare a chi sostiene che Pisa puo' vantare il meraviglioso Campo dei Miracoli con i suoi splendidi edifici ma non un centro storico che regga il paragone con quello di altre meravigliose città, anche toscane, vorrei rammentare il giudizio di un viaggiatore autorevole, per quanto di un'altra epoca

"L'aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lungarno è uno spettacolo così bello,
LEOPARDI 1

così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente che innamora: non ho veduto niente di simile nè

Firenze nè a Milano, nè a Roma, e veramente non so se in tutta l'Europa si trovino vedute di

questa sorta.

Vi si passeggia poi nell'inverno con gran piacere, perchè v'è quasi sempre un'aria di primavera: sicchè in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho veduto mai altrettanto. A tutte le alte bellezze, si aggiunge la bella lingua."

Sono parole tratte da una lettera di Giacomo Leopardi indirizzata alla sorella Paolina e datata 12 Dicembre 1827. Era arrivato a Pisa il 9 novembre e si sarebbe trattenuto fino al giugno dell'anno successivo quando, informato della morte del fratello Luigi, avrebbe lasciato per sempre la nostra città.


Aveva affittato un piccolo appartamento in Via della Faggiuola, presso una famiglia che ospitava in TARGALEOPARDI

genere studenti;  la sua stanza dava a ponente sopra un orto e la illuminavano due alte finestre

dalle quali la vista poteva spingersi fino all'orizzonte. Ogni giorno Leopardi usciva in città e seguiva

il fiume camminando a lungo: gli piaceva quel clima, vi era "quasi sempre un'aria di primavera".


Rientrando suonava il campanello con un tocco particolare che lo annunciava alla famiglia, della quale faceva parte Teresa Lucignani, giovane sorella della padrona di casa. Per quanto non istruita Giacomo ne era tuttavia affascinato e aveva stabilito con lei un rapporto di amicizia e reciproca simpatia. Teresa aspettava sul balcone il ritorno dell'ospite che si faceva riconoscere per quel particolare scampanellìo di cui poi entrambi ridevano. La troviamo descritta nello Zibaldone del giugno 1928 come "una giovane dai sedici ai diciotto anni, la quale ha nel viso,nei gesti,nella figura un non so che di divino".


L'immagine della ragazza si confondeva nella fantasia di Giacomo Leopardi con il fantasma d'amore di un'altra fanciulla che portava lo stesso nome e morì a Recanati nel pieno della giovinezza; dalle finestre del proprio palazzo Giacomo ne scorgeva la stanza. Rievocandone la memoria circa trent'anni dopo il fratello Carlo parlava di entrambe come di "affetti lontani e prigionieri". Di sicuro sappiamo che è a Pisa che Leopardi compone la lirica "A Silvia" anche se quest'ultima viene appunto di solito identificata con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi nel 1818 e personificazione nella fantasia leopardiana della speranza tipica della giovinezza, fatta di attese, illusioni e delusioni.


Il regista Roberto Merlino, autore nel 2010 di un mediometraggio intitolato "Pisa, donne e Leopardi"  ASILVIA

ritiene addirittura che "Silvia potrebbe essere una ragazza pisana,Teresa Lucignani, cognata di

Giuseppe Soderini, proprietario delle pensione di via della Faggiola a due passi da Piazza dei

Cavalieri che Giacomo conosceva molto bene. Ma potrebbe essere anche una figura idealizzata,

un'unione virtuale tra questa Teresa pisana e Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi

a Recanati."


Alla Teresa pisana pare quasi sicuramente riferirsi un frammento di poesia risalente allo stesso periodo e pubblicato solo postumo a Firenze nel 1906 da Le Monnier negli "Scritti vari inediti dalle carte napoletane". Eccolo:  

Il canto della fanciulla

Canto di verginella, assiduo canto,
che da chiuso ricetto errando vieni
per le quiete vie; come sì tristo
suoni agli occhi miei? perché mi stringi
sì forte il cor, che a lagrimar m'induci?
E pur lieto sei tu; voce festiva
de la speranza: ogni tua nota il tempo
aspettato risuona. Or, così lieto,
al pensier mio sembri un lamento, e l'alma
mi pungi di pietà. Cagion d'affanno
torna il pensier de la speranza istessa
a chi per prova la conobbe.

Una lieta canzone di ragazza che risuona per vicoli silenziosi non rallegra il poeta, al contrario lo commuove fino alle lacrime trasformandosi in un lamento nella sua immaginazione presaga dello svanire drammatico di ogni speranza giovanile "all'apparir del vero" ( A Silvia)

(...)

Usciamo ora da via della Faggiuola e troviamo tutto un ambiente mondano che gravita attorno al LEOPARDI

poeta a partire dalla fine del 1827. A fare gli onori di casa è il rappresentante ufficiale della cultura

pisana, l'editore e docente di eloquenza Giovanni Rosini, che, nella sua bella dimora di piazza del

Duomo ai piedi della Torre riunisce intellettuali ed artisti italiani e stranieri. E' un uomo cordiale e

pieno di energia e guiderà il timido Leopardi fra i brillanti salotti cittadini, amando e apprezzando con

sincero trasporto il suo genio.


Nel contendersi la presenza del poeta non saranno da meno le più prestigiose dame pisane: da Lauretta Cipriani Parra donna indipendente e sensibile che forse avrebbe desiderato stringere con Leopardi un rapporto di amicizia che travalicasse i formalismi della conversazione salottiera, alla francese Sofia Caudeiron, vedova Vaccà Berlinghieri, la "bella Sofia" che proprio nel Palazzo Lanfranchi tenne un importante salotto di ispirazione liberale; ne furono frequentatori Gino Capponi e Pietro Giordani, Giovan Pietro Vieusseux e Francesco Domenico Guerrazzi. Più rari furono gli inviti agli sfarzosi ricevimenti dei Mastiani Brunacci, la più facoltosa e potente famiglia pisana, nei quali brillava l'affascinante e chiacchieratissima contessa Elena, dama di corte di Elisa Baciocchi a Lucca e poi dei Lorena a Firenze. Un ritrovo mondano, quest'ultimo, fra i più ambiti dell'Italia dell'epoca, nel quale passarono madame de Staël e la duchessa di Berry, Paolina Bonaparte, Vittorio Alfieri e gli stessi Granduchi di Toscana.


Un accenno dello Zibaldone attesta poi la partecipazione di Leopardi a qualche seduta dell'Accademia dei Lunatici,una singolare associazione fondata dalla londinese Margaret Jane King contessa di Mountcashell, meglio nota con lo pseudonimo di Madame Mason: carismatica quanto misconosciuta figura di pedagogista e di protofemminista, che dalla sua istitutrice ( Mary Wollstonecraft, madre di Mary Shelley e autrice del trattato A Vindication of Rights of Women (1792) ) aveva attinto avanzati princìpi di educazione dei giovani al libero pensiero. Senza dubbio si tratta di quello, tra gli incontri pisani, che per la peculiarità del personaggio desta maggiore interesse e curiosità. Anche dopo la partenza da Pisa Leopardi la ricorderà spesso nelle lettere a Rosini.


All'intrattenimento piacevole dei salotti si alternò la frequentazione degli ambienti accademici, anch'essa piuttosto inconsueta nella vicenda leopardiana. Poco noto è l'episodio, raccontato molti anni dopo da Girolamo Cioni, della presenza all'inaugurazione del corso di diritto penale tenuto da Giovanni Carmignani:


La Scuola Magna è piena zeppa, il professore ascende la cattedra. Non discorre subito, ma si rivolge a un usciere o bidello e richiede che nell'emiciclo sotto la cattedra sien disposte due sedie. Il bidello le dispone, e allora il Carmignani presenta alla scolaresca Giacomo Leopardi con parole degne di questo e di chi le proferiva, e lo invita ad assidersi in luogo distinto insieme con chi lo accompagnava. Le parole del venerato Maestro furono seguite da una tempesta di applausi.


Nonostante l'immagine di solitudine e isolamento che la vicenda umana del poeta suscita in chi la conosce anche solo sommariamente, rimane il fatto che a 30 anni non ancora compiuti la sua figura pare già nota e apprezzata quantomeno negli ambienti dell'eccellenza intellettuale; sebbene ritorni poi alla memoria una sua famosa lettera contenente la confessione che "avrei maggior concetto di me stesso se mi credessi capace di farmi amare che di farmi stimare".

(...)

Ma c'è una sensazione,un ricordo davvero particolare che il poeta porta con sé dalla nostra città.
Si tratta di una strada che oggi non sapremmo individuare ma che è esistita e certo ancora esiste per quanto probabilmente trasformata; percorrendola Giacomo Leopardi, sebbene già allora oppresso dal suo "pessimismo cosmico", riusciva ad abbandonarsi alle più serene fantasie. Tanto da scrivere:

"Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze:
PAOLINALEOPARDI

là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti".

(25 febbraio 1828, lettera alla sorella Paolina).

 

(Nota della Redazione: Giacomo lasció Pisa per tornare a Recanati fine al 1830 e nel 1833 parte a Napoli, dove morì il 14 giugno 1837; la sorella Paolina arrivó a Pisa nel 1867 e connobe a Teresa Lucignani. Morì nel Royal Victoria Hotel del Lungarno Pacinotti il 13 di marzo 1869. Toccó a un antenato degli attuali eredi, segnalare chi era. Nel Hotel non sanno quale sarebbe la stanza, ma che anche il fratello Carlo avrebbe venuto a conoscere la Pisa de Giacomo. Se ringrazia la spiegazione precisa del Sg.re N. Piegaia del Royal Victoria Hotel e la gentilissima collaborazione di Tiziano Sandroni).

(www.giacomoleopardi.it)

 

 

 

 

 

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