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Scoperto nell’Oceano Indiano il più profondo ed esteso cimitero di balene mai ritrovato per UniPisa News
NdR: Nos complece compartir esta publicación del 10 de Junio, y felicitamos a Alberto Collareta que es parte de esta
investigación.
Lo studio, pubblicato su "Nature" vede la partecipazione dei paleontologi dell'Università di Pisa e documenta lo straordinario accumulo di resti di cetacei formatosi in oltre cinque milioni di anni in una fossa oceanica.
Uno straordinario accumulo di resti di cetacei, formatosi nell'arco di oltre cinque milioni di anni, è stato scoperto sul fondale della Fossa Diamantina, nell'Oceano Indiano sud-orientale. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature e realizzato con il contributo dei paleontologi dell'Università di Pisa, documenta quello che è stato identificato come il deposito di resti di balene più profondo e più esteso mai rinvenuto al mondo.
La scoperta è il risultato di numerose immersioni effettuate dal batiscafo cinese Fendouzhe tra i 4.600 e i 7.000 metri di profondità nella Fossa Diamantina, una delle depressioni oceaniche più profonde del pianeta. 
Le fosse oceaniche, che possono raggiungere quasi 11.000 metri di profondità, sono infatti tra gli ambienti più estremi, meno esplorati e più misteriosi della Terra. Le esplorazioni hanno rivelato un'inaspettata abbondanza e diversità di scheletri di balene, sia fossili che recenti, distribuiti lungo oltre 1.200 chilometri di fondale oceanico.
Molte carcasse sono ancora in fase di decomposizione e ospitano comunità di organismi altamente specializzati, in gran parte sconosciuti alla scienza, che si nutrono della materia organica trasportata sui fondali dalle balene affondate, compresa quella conservata all'interno delle ossa.
Lo studio dei reperti ossei è stato condotto dai paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa: «La maggior parte dei resti scheletrici – spiega Bianucci – appartiene agli zifidi, cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare, ed è costituita soprattutto di rostri, cioè la parte anteriore del cranio, più resistente alla degradazione nel tempo. Inoltre, molti di questi resti sono ricoperti da una spessa incrostazione ferromanganesifera che ne ha favorito la conservazione.
Numerosi rostri appartengono a due specie attuali, il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon 
bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii), ma sono presenti anche specie
fossili, tra cui Pterocetus diamantinae, la nuova specie dedicata proprio a questa fossa oceanica».
«Le datazioni basate sugli isotopi dello stronzio – aggiunge Collareta – indicano che i resti delle specie ancora viventi sono i più recenti (da 1,2 milioni di anni fa a oggi), mentre quelli delle specie fossili risalgono a un intervallo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa.
Questi dati non solo confermano le nostre identificazioni, ma dimostrano che ci troviamo di fronte a uno straordinario giacimento fossile, attivo da oltre 5 milioni di anni e ancora alimentato dalla continua deposizione di carcasse sui fondali profondi».
«Questi risultati – conclude Bianucci – ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in evidenza l'enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l'evoluzione dei cetacei nel tempo geologico».
La ricerca è stata sviluppata nell'ambito del Global Hadal Trench Exploration Program (GHEP), un progetto internazionale che mira ad ampliare la conoscenza della geologia, della biologia e degli ambienti delle zone oceaniche più profonde della Terra (tra 6.000 e 11.000 metri).
Nell'ambito di spedizioni interdisciplinari, i ricercatori utilizzano tecnologie avanzate, tra cui batiscafi con equipaggio e veicoli autonomi subacquei (AUV). L'istituzione capofila del programma è l'Institute of Deep-Sea Science and Engineering della Chinese Academy of Sciences. Il comitato direttivo del GHEP è composto da 11 ricercatori provenienti da altrettanti Paesi, tra cui l'Italia, rappresentata da Giovanni Bianucci dell'Università di Pisa.
(Fuente: Pisa News, 10 de Junio 2026. Fotos: Google)
Un pianeta in grado di ospitare acqua liquida sulla propria superficie por SNS News
Grazie agli spettrografi HARPS ed ESPRESSO in Cile un team internazionale di ricercatori, tra cui Fabio Del Sordo della Scuola Normale, ha confermato la presenza di una Super Terra in orbita attorno alla stella GJ 887. L'articolo è pubblicato su Astronomy & Astrophysics.
A circa 10.7 anni luce di distanza da noi è stata confermata la presenza di un pianeta che può presentare
caratteristiche simili a quelle della Terra. Si tratta del pianeta extrasolare denominato GJ 887d, che
teoricamente potrebbe ospitare acqua liquida sulla sua superficie e non essere inondato da
eccessive tempeste stellari, due condizioni essenziali per il potenziale sviluppo della vita così come la
conosciamo.
A scoprire e descrivere questo oggetto cosmico, uno dei più simili alla Terra finora trovato, è stato un team di ricerca
internazionale guidato da scienziati dell'Istituto per l'Astrofisica e la Geofisica (IAG) dell'Università di Gottinga, che
vede convolto anche il gruppo di Cosmologia della Scuola Normale con Fabio Del Sordo, astrofisico che è anche affiliato
INAF tramite l'Osservatorio di Catania.
Lo studio è stato possibile grazie ai dati degli spettrografi HARPS ed ESPRESSO, posizionati in Cile,
progettati per la caccia agli esopianeti tramite il metodo delle velocità radiali (o metodo Doppler),
entrambi sviluppati sotto l'egida dell'Osservatorio Europeo Australe (ESO). L'articolo è stato
pubblicato recentemente su Astronomy &Astrophysics.
«Il pianeta scoperto intorno alla stella GJ887 era stato individuato già nel 2020 e ora con i nuovi dati a disposizione ne è stata confermata l'esistenza – spiega Del Sordo -. Il segnale identificato mostra che si muove su un'orbita di circa 50 giorni.
È molto interessante anche perché può avere caratteristiche simili a quelle di pianeti del nostro Sistema Solare. Stiamo parlando di un sistema che non si trova a distanze siderali, ma solo 6 anni luce più lontano rispetto a Proxima Centauri, quello più prossimo a noi». Insieme alla conferma di GJ 887d gli scienziati hanno rilevato la presenza di un altro pianeta su un'orbita di poco più di 4 giorni, e identificato traccia di un ulteriore pianeta che orbita in 2 giorni.
Si tratta quindi di un sistema che comprende in totale 4 o 5 pianeti attorno ad una stella che in astrofisica viene definita nana di tipo rosso, più fredda e con una massa di circa la metà di quella del Sole.
«È una stella interessante – spiega Del Sordo-, non solo perché tra le più vicine al nostro Sole, ma anche perché non presenta una eccessiva produzione di tempeste stellari, o di venti che inondano di fortissime radiazioni i pianeti che orbitano intorno ad essa, a differenza per esempio di Proxima Centauri, anch'essa una nana rossa, che ha un'attività magnetica enorme, che non consentirebbe la presenza di vita».
A rendere il corpo celeste particolarmente affascinante vi è inoltre il fatto che si tratta si tratta dell'esopianeta più vicino alla Terra tra quelli posizionati nella cosiddetta zona abitabile, determinata dalla distanza su cui si sviluppa l'orbita planetaria. Così spiega Del Sordo anche questa caratteristica.
«Con la distanza che intercorre tra GJ887 e GJ 887d in teoria sarebbe possibile la presenza di acqua allo stato liquido sulla superficie. Tutto questo, ovviamente, va detto con un grosso punto interrogativo perché non conosciamo la composizione atmosferica e le dimensioni reali del pianeta, sappiamo solo che ha una massa che è almeno sei volte superiore a quella della Terra.
Pur in questo quadro di incertezza, rimane il fatto che GJ887d è uno dei pianeti più interessanti mai scoperti proprio perché, tra quelli posizionati in una zona abitabile, è quello più vicino alla nostra Terra».
E tuttavia, anche con l'oggetto più veloce mai costruito, l'uomo impiegherebbe più di 17.000 anni per raggiungere questa potenziale nuova Terra.
(De: SNS News, 24 de Marzo 2026. Fotos: Google)
Dagli scarti del pane al carburante sostenibile...per UniPi News
Da uno studio condotto all'Università di Pisa arriva un innovativo approccio di economia circolare 
che risponde a due delle sfide oggi più sentite a livello globale: l'urgenza della transizione energetica
verso fonti rinnovabili e la crescente problematica dello spreco alimentare.
L'obiettivo della ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Environmental Chemical
Engineering, è ambizioso ma concreto: trasformare gli scarti del pane, uno dei rifiuti alimentari più
abbondanti al mondo (quasi un milione di tonnellate all'anno), in un biocarburante sostenibile.
Lo studio, finanziato nell'ambito del progetto PNRR NEST, nasce dalla collaborazione tra il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale (professoressa Anna Maria Raspolli Galletti, Dr. Sara Fulignati e Dr. Lorenzo Bonaldi) e il Dipartimento di Ingegneria dell'Energia, dei Sistemi, del Territorio e delle Costruzioni (professor Stefano Frigo, Dr. Marco Francesconi e Dr. Luca Miglino).
Lo studio affronta per la prima volta la sintesi sostenibile dell'etil levulinato a partire da pane di scarto. L'etil levulinato è un composto di origine biologica ad alto valore aggiunto, già noto per le sue applicazioni nel settore chimico e come additivo ossigenato per i carburanti.
I ricercatori e le ricercatrici hanno sviluppato un processo semplice, economico e facilmente trasferibile su scala industriale, utilizzando un catalizzatore a basso costo, l'acido solforico diluito, e adottando elevate concentrazioni iniziali di biomassa.
Questo approccio consente di ottenere flussi di prodotto più concentrati, riducendo i costi di separazione e aumentando l'efficienza complessiva del processo. Ottimizzando parametri come temperatura, tempo di reazione e quantità di catalizzatore, è stata raggiunta una resa massima in etil levulinato pari al 57%, un risultato particolarmente significativo considerando l'origine di scarto della materia prima.
L'etil levulinato è già ampiamente studiato come additivo ossigenato per il diesel, ma questa ricerca apre scenari completamente nuovi. Per la prima volta, il composto è stato testato anche in motori a benzina, in miscela con carburante commerciale a percentuali molto elevate, fino al 40% in volume.
I test sperimentali hanno dimostrato che tali miscele non alterano in modo significativo le prestazioni del motore, senza richiedere modifiche agli attuali motori a combustione interna. Al contrario, l'impiego dell'etil levulinato consente di ridurre le emissioni di inquinanti e di diminuire la quota di combustibili fossili nei carburanti commerciali.
Questo risultato amplia in modo significativo il potenziale di mercato dell'etil levulinato, che si conferma come additivo ossigenato versatile di origine rinnovabile, utilizzabile sia nei motori diesel sia in quelli a benzina.
"La conversione degli scarti del pane in etil levulinato rappresenta un esempio concreto di come ricerca scientifica e innovazione tecnologica possano contribuire allo sviluppo di soluzioni facilmente applicabili per la produzione di energia rinnovabile – commentano i ricercatori e le ricercatrici – Ridurre lo spreco alimentare, valorizzare rifiuti abbondanti e trasformarli in biocarburanti alternativi ai combustibili fossili significa fare un passo importante verso una mobilità più sostenibile, capace di rispondere alle esigenze ambientali attuali senza rinunciare alla compatibilità con le tecnologie esistenti".
De: UniPi news, 17 febrero 2026

