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REGISTRO DE OBRAS

Il gesto della disperazione per la morte di Meleagro su un sarcofago romano ha ispirato Nicola Pisano e Giotto per la SNS News

"Il gesto della disperazione" nell'arte europea, rappresentato da una figura con il busto proteso in avanti e le braccia gettate all'indietro a significare un profondo strazio, è al centro di una mostra a Milano presso la Fondazione Luigi Rovati, a cura di Salvatore Settis, alla quale ha dato un importante contributo paleografico la professoressa Giulia Ammannati (l'esposizione è visitabile dal 13 maggio al 2 agosto 2026).

Il gesto compare nell'arte classica, in vari contesti, compresa una serie di sarcofagi con il mito della "Morte di Meleagro".

Uno di questi (ca. 170-180 d.C.), appartenente alla collezione milanese Brenta-Torno, è al centro della mostra: si tratta di un pezzo di assoluto pregio, perché è probabilmente la fonte che ispirò prima Nicola Pisano (Pergamo del Duomo di Siena, ca. 1265) e poi Giotto (Compianto sul Cristo morto nella Cappella degli Scrovegni, ca. 1305).

«Fra il 1200 e il 1300 riemerge nell'arte questo gesto, che si era eclissato per mille anni dopo l'antichità classica – spiega

Giulia Ammannati, professoressa di paleografia alla Normale. Già nel secolo passato si era dubitativamente indicato il

sarcofago Brenta-Torno come possibile fonte per il recupero di Nicola e Giotto, ma senza troppe prove, se non il fatto che il

pezzo fosse attestato a Firenze alla fine del 1400.A compianto sul cristo morto26

Su questo sarcofago si è scoperta di recente un'iscrizione medievale, della seconda metà del 1200,

che ho studiato e datato, e che conferma in modo forte che sia proprio questo il modello di Nicola e

Giotto.

Si può finalmente dimostrare, infatti, che negli anni in cui operavano i due artisti il sarcofago era

accessibile, essendo stato riutilizzato come sepoltura familiare. L'iscrizione (rimasta incompleta)

recita: 'Sepulcrum filiorum' (Sepolcro dei figli)».

La mostra di Salvatore Settis, professore emerito ed ex Direttore della Scuola Normale, ricostruisce così in concreto la storia del recupero di un antico gesto di pathos, rimasto inutilizzato per mille anni dopo la classicità, riesumato da Nicola Pisano e Giotto e poi di lì arrivato ininterrottamente fino alla Guernica di Pablo Picasso.

De: SNS News, Giugno 2026. Foto: sns.it. Traducción: Redacción del Blog)

...work in progress!

Scoperto nell’Oceano Indiano il più profondo ed esteso cimitero di balene mai ritrovato per UniPisa News

NdR: Nos complece compartir esta publicación del 10 de Junio, y felicitamos a Alberto Collareta que es parte de estaA Diamantina necropolis26

investigación.

Lo studio, pubblicato su "Nature" vede la partecipazione dei paleontologi dell'Università di Pisa e documenta lo straordinario accumulo di resti di cetacei formatosi in oltre cinque milioni di anni in una fossa oceanica.

Uno straordinario accumulo di resti di cetacei, formatosi nell'arco di oltre cinque milioni di anni, è stato scoperto sul fondale della Fossa Diamantina, nell'Oceano Indiano sud-orientale. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature e realizzato con il contributo dei paleontologi dell'Università di Pisa, documenta quello che è stato identificato come il deposito di resti di balene più profondo e più esteso mai rinvenuto al mondo.

La scoperta è il risultato di numerose immersioni effettuate dal batiscafo cinese Fendouzhe tra i 4.600 e i 7.000 metri di profondità nella Fossa Diamantina, una delle depressioni oceaniche più profonde del pianeta. A FOSA D

Le fosse oceaniche, che possono raggiungere quasi 11.000 metri di profondità, sono infatti tra gli ambienti più estremi, meno esplorati e più misteriosi della Terra. Le esplorazioni hanno rivelato un'inaspettata abbondanza e diversità di scheletri di balene, sia fossili che recenti, distribuiti lungo oltre 1.200 chilometri di fondale oceanico.

Molte carcasse sono ancora in fase di decomposizione e ospitano comunità di organismi altamente specializzati, in gran parte sconosciuti alla scienza, che si nutrono della materia organica trasportata sui fondali dalle balene affondate, compresa quella conservata all'interno delle ossa.

Lo studio dei reperti ossei è stato condotto dai paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta del Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Pisa: «La maggior parte dei resti scheletrici – spiega Bianucci – appartiene agli zifidi, cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare, ed è costituita soprattutto di rostri, cioè la parte anteriore del cranio, più resistente alla degradazione nel tempo. Inoltre, molti di questi resti sono ricoperti da una spessa incrostazione ferromanganesifera che ne ha favorito la conservazione.

Numerosi rostri appartengono a due specie attuali, il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon  A Whale cemetery 26

bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii), ma sono presenti anche specie

fossili, tra cui Pterocetus diamantinae, la nuova specie dedicata proprio a questa fossa oceanica».

«Le datazioni basate sugli isotopi dello stronzio – aggiunge Collareta – indicano che i resti delle specie ancora viventi sono i più recenti (da 1,2 milioni di anni fa a oggi), mentre quelli delle specie fossili risalgono a un intervallo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa.

Questi dati non solo confermano le nostre identificazioni, ma dimostrano che ci troviamo di fronte a uno straordinario giacimento fossile, attivo da oltre 5 milioni di anni e ancora alimentato dalla continua deposizione di carcasse sui fondali profondi».

«Questi risultati – conclude Bianucci – ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in evidenza l'enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l'evoluzione dei cetacei nel tempo geologico».
La ricerca è stata sviluppata nell'ambito del Global Hadal Trench Exploration Program (GHEP), un progetto internazionale che mira ad ampliare la conoscenza della geologia, della biologia e degli ambienti delle zone oceaniche più profonde della Terra (tra 6.000 e 11.000 metri).

Nell'ambito di spedizioni interdisciplinari, i ricercatori utilizzano tecnologie avanzate, tra cui batiscafi con equipaggio e veicoli autonomi subacquei (AUV). L'istituzione capofila del programma è l'Institute of Deep-Sea Science and Engineering della Chinese Academy of Sciences. Il comitato direttivo del GHEP è composto da 11 ricercatori provenienti da altrettanti Paesi, tra cui l'Italia, rappresentata da Giovanni Bianucci dell'Università di Pisa.

(Fuente: Pisa News, 10 de Junio 2026. Fotos: Google)

Un pianeta in grado di ospitare acqua liquida sulla propria superficie por SNS News

Grazie agli spettrografi HARPS ed ESPRESSO in Cile un team internazionale di ricercatori, tra cui Fabio Del Sordo della Scuola Normale, ha confermato la presenza di una Super Terra in orbita attorno alla stella GJ 887. L'articolo è pubblicato su Astronomy & Astrophysics.

A circa 10.7 anni luce di distanza da noi è stata confermata la presenza di un pianeta che può presentareA KEPLER26

caratteristiche simili a quelle della Terra. Si tratta del pianeta extrasolare denominato GJ 887d, che

teoricamente potrebbe ospitare acqua liquida sulla sua superficie e non essere inondato da

eccessive tempeste stellari, due condizioni essenziali per il potenziale sviluppo della vita così come la

conosciamo.

A scoprire e descrivere questo oggetto cosmico, uno dei più simili alla Terra finora trovato, è stato un team di ricerca

internazionale guidato da scienziati dell'Istituto per l'Astrofisica e la Geofisica (IAG) dell'Università di Gottinga, che

vede convolto anche il gruppo di Cosmologia della Scuola Normale con Fabio Del Sordo, astrofisico che è anche affiliato

INAF tramite l'Osservatorio di Catania.A CHILE

Lo studio è stato possibile grazie ai dati degli spettrografi HARPS ed ESPRESSO, posizionati in Cile,

progettati per la caccia agli esopianeti tramite il metodo delle velocità radiali (o metodo Doppler),

entrambi sviluppati sotto l'egida dell'Osservatorio Europeo Australe (ESO). L'articolo è stato

pubblicato recentemente su Astronomy &Astrophysics.

«Il pianeta scoperto intorno alla stella GJ887 era stato individuato già nel 2020 e ora con i nuovi dati a disposizione ne è stata confermata l'esistenza – spiega Del Sordo -. Il segnale identificato mostra che si muove su un'orbita di circa 50 giorni.

È molto interessante anche perché può avere caratteristiche simili a quelle di pianeti del nostro Sistema Solare. Stiamo parlando di un sistema che non si trova a distanze siderali, ma solo 6 anni luce più lontano rispetto a Proxima Centauri, quello più prossimo a noi». Insieme alla conferma di GJ 887d gli scienziati hanno rilevato la presenza di un altro pianeta su un'orbita di poco più di 4 giorni, e identificato traccia di un ulteriore pianeta che orbita in 2 giorni.

Si tratta quindi di un sistema che comprende in totale 4 o 5 pianeti attorno ad una stella che in astrofisica viene definita nana di tipo rosso, più fredda e con una massa di circa la metà di quella del Sole.

«È una stella interessante – spiega Del Sordo-, non solo perché tra le più vicine al nostro Sole, ma anche perché non presenta una eccessiva produzione di tempeste stellari, o di venti che inondano di fortissime radiazioni i pianeti che orbitano intorno ad essa, a differenza per esempio di Proxima Centauri, anch'essa una nana rossa, che ha un'attività magnetica enorme, che non consentirebbe la presenza di vita».

A rendere il corpo celeste particolarmente affascinante vi è inoltre il fatto che si tratta si tratta dell'esopianeta più vicino alla Terra tra quelli posizionati nella cosiddetta zona abitabile, determinata dalla distanza su cui si sviluppa l'orbita planetaria. Così spiega Del Sordo anche questa caratteristica.

«Con la distanza che intercorre tra GJ887 e GJ 887d in teoria sarebbe possibile la presenza di acqua allo stato liquido sulla superficie. Tutto questo, ovviamente, va detto con un grosso punto interrogativo perché non conosciamo la composizione atmosferica e le dimensioni reali del pianeta, sappiamo solo che ha una massa che è almeno sei volte superiore a quella della Terra.

Pur in questo quadro di incertezza, rimane il fatto che GJ887d è uno dei pianeti più interessanti mai scoperti proprio perché, tra quelli posizionati in una zona abitabile, è quello più vicino alla nostra Terra».

E tuttavia, anche con l'oggetto più veloce mai costruito, l'uomo impiegherebbe più di 17.000 anni per raggiungere questa potenziale nuova Terra.

(De: SNS News, 24 de Marzo 2026. Fotos: Google)

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